Eurostalgia - 2013/16 | 06:54

Ever since I started working at the single videos of this cycle I was wishing to make one that would contain the images, the memories, and the impressions of Europe in my childhood.
At that time war and its ravages still were ubiquitous, almost like a “classic” neomithology: in the tales of adults, in the ruins and in the still visible traces, in the documentaries in black and white, in certain movies like Germany Year Zero, indelible to a child's eyes. Just as ubiquitous was the East-West dichotomy, the Communist bloc and "free" countries, symbolized by the open wound of the Berlin Wall.
I saw the almost utopian post-war Europe slowly growing upon these ruins. The Continent of peace, of the laborious intergration between former enemies, of the welfare state, of the Social Democrat societies, summarized by the legendary Jeux Sans Frontières and by the Eurovision jingle. A world which was now swept away by the new totalitarian neoliberism and its precarity.
Upon these wounds I could watche a sort of “Golden Age”, the age of economic boom, of the beautiful French cars and od Italian minicars, of free time for all, of holidays and leysure for the masses. That world of wonders and of Dolce Vita that would slowly slid toward the consumerist curse and the Pasolinian omologation.
The surrealist images, Breton’s and Wagner’s funeral mask allude to the irrational substrate which underlie the culture of Enlightenment, as well as to the utopias that unfailingly turn into self-destructive dystopias, kinds of mini Kali Yugas during which Europe periodically commits suicide with an inevitable and tragic Potlatch.


Sin da quando ho iniziato a lavorare ai singoli video di questo ciclo ho desiderato farne uno che racchiudesse le immagini, i ricordi, le impressioni dell’Europa della mia infanzia.
A quel tempo la guerra e le sue devastazioni erano ancora onnipresenti, quasi come una neomitologia di stampo classico: nelle affabulazioni degli adulti, nelle rovine e nelle tracce ancora visibili, nei documentari in bianco e nero, in certi film indelebili agli occhi di un bambino come Germania Anno Zero. Così come ubiqua era la dicotomia Est-Ovest, blocco comunista e paesi “liberi”, simboleggiata dalla ferita del muro di Berlino.
Su queste ferite ho visto pian piano svilupparsi l’Europa quasi utopica del dopoguerra, quella della pace, della faticosa integrazione fra ex nemici, dello stato sociale, delle socialdemocrazie, sintetizzate dai mitici Jeux Sans Frontières e dalla sigla dell’Eurovision. Un mondo spazzato via dal nuovo totalitarismo neoliberista e la sua precarietà.
Su questa specie di età dell’oro si è innestata quella dei boom economici, delle bellissime auto francesi e delle utilitarie, del tempo libero per tutti, delle vacanze e del divertimento per le masse. Quel mondo di dolce vita e meraviglie che pian piano sarebbe scivolato verso la maledizione consumistica e l’omologazione pasoliniana.
Le immagini surrealiste, la maschera funebre di Breton e quella di Wagner alludono al sustrato irrazionale che ribolle sotto la cultura dei lumi, alle utopie che si trasformano immancabilmente  in distopie autodistruttive, specie di mini Kali Yuga che vedono Europa suicidarsi periodicamente in un inevitabile e tragico potlatch.

09